C’è una creatura che da secoli popola i racconti dei rifugi alpini. Si chiama Dahu, e se non ne hai mai sentito parlare prima d’ora, dopo questo articolo non guarderai più un pendio scosceso allo stesso modo.
Un animale (quasi) impossibile
La caratteristica che rende il Dahu unico in tutto il regno animale è la sua asimmetria: le zampe di un lato del corpo sono più corte di quelle dell’altro. Un dettaglio che potrebbe sembrare un difetto, e che invece è un vero e proprio capolavoro evolutivo, perché gli permette di camminare in perfetto equilibrio sui versanti più ripidi delle montagne, restando sempre parallelo al pendio. Per questa sua particolarità il Dahu può percorrere la montagna solo girando sempre nella stessa direzione, senza mai potersi voltare o invertire il senso di marcia senza perdere l’equilibrio.
Proprio da questa caratteristica nascono le due varianti più note dell’animale: il Dahu levogiro, che gira in senso antiorario avendo le zampe più corte sul lato sinistro, e il Dahu destrogiro, che procede in senso orario con le zampe corte sul lato destro. Una distinzione che si riflette persino nella forma degli zoccoli e delle corna dell’animale, diverse a seconda che il soggetto sia levogiro, destrogiro, “ascendente” o “discendente” (a seconda di quale zampa, anteriore o posteriore, risulti più sviluppata).
Dalle Alpi ai Pirenei, passando per l’Himalaya
Il Dahu (anche chiamato dahut, darou, daru o tamarro a seconda della vallata) è tradizionalmente associato alle regioni alpine di Francia, Svizzera e Italia, in particolare alla Valle d’Aosta e alle valli piemontesi al confine francese. Per esempio, nelle valli Chisone e Germanasca, cuore delle valli valdesi del Piemonte, la leggenda del dahu ha trovato terreno fertile, intrecciandosi con l’identità montanara di queste comunità alpine. Qui il misterioso animale dalle zampe asimmetriche viene evocato soprattutto d’estate, quando arrivano piccoli turisti accompagnati dalle loro famiglie che – incuriositi – domandano dove è stato avvistato l’ultima volta.

La leggenda non conosce confini: gli avvistamenti raccontati dai montanari si spingono fino ai Pirenei — dove l’animale viene spesso chiamato isard o tamarou, in riferimento allo stambecco pirenaico — e perfino, secondo alcune versioni più fantasiose del racconto, sulla catena dell’Himalaya.
Il ritratto (quasi) scientifico del Dahu
Al di là delle zampe asimmetriche, la tradizione popolare ha arricchito il Dahu di un intero catalogo di caratteristiche fisiche, tramandate con la stessa serietà con cui si descriverebbe una specie reale.
- Pelo folto: in inverno può arrivare fino a venti centimetri di lunghezza, particolarmente pregiato negli esemplari di montagna.
- Corna ricurve all’indietro: nei maschi adulti possono superare il metro di lunghezza.
- Orecchie mobili e sensibilissime: sono simili a quelle di una volpe ma più lunghe e pelose, capaci di percepire il minimo rumore a grande distanza.
- Naso nero e rari esemplari dal naso rosa, più sensibili al freddo e ai raggi ultravioletti.
- Coda lunga con ciuffo terminale: nella comunicazione tra dahu gioca un ruolo importante, il suo movimento segnala infatti lo stato d’animo dell’animale.
Un’ultima curiosità, forse la più sorprendente: nonostante sia un mammifero a tutti gli effetti, secondo la tradizione il Dahu depone le uova, che si schiudono dopo circa venti giorni di cova in nidi costruiti in anfratti riparati, lontano dagli sguardi dei predatori.
Un’alimentazione da veri intenditori

Erbivoro per natura, il Dahu non si limita a brucare erba qualunque: la leggenda vuole che sappia scegliere con cura le piante più adatte al proprio benessere, un po’ come un erborista di montagna. Tra le sue preferite ci sarebbero valeriana, melissa e iperico, mentre nei mesi più freddi ricorrerebbe a corteccia tenera di frassino e foglie di agrifoglio per alleviare i piccoli disturbi stagionali. Un’attenzione al proprio benessere a cui si ispira la scelta delle materie prime con cui vengono preparate le nostre Delizie del Dahu.
Una società più giusta di quella umana
Ciò che rende il Dahu affascinante non è solo il suo aspetto, ma il modo in cui la leggenda ne descrive la vita sociale. Niente maschio dominante o gerarchie rigide: le comunità di dahu — composte da dieci a venti famiglie, ciascuna guidata da un maschio e due o tre femmine — si organizzerebbero secondo un consiglio degli anziani, pensato per garantire a tutti pascoli sufficienti e per evitare che qualcuno soffra la fame. Un modello di convivenza che i narratori di un tempo indicavano come esempio di rispetto per l’ambiente, tolleranza verso la diversità e aiuto reciproco tra le famiglie del branco.
Perché la leggenda del Dahu resiste da secoli
Nessuno ha mai fotografato un Dahu, né portato una prova concreta della sua esistenza. Eppure il mito resiste, tramandato di generazione in generazione, ripreso in nomi di sentieri, rifugi e ristoranti di montagna.
Forse il segreto del Dahu è proprio questo: raccontare la montagna, la sua asprezza, il suo equilibrio precario, la sua capacità di sorprendere chi la frequenta con rispetto e curiosità. E se in fondo alla leggenda esistesse un fondo di verità, sarebbe proprio questo: che la montagna insegna sempre qualcosa a chi sa ascoltarla.




