Ramìe, il vino che voleva anche Richelieu 

Fu un cardinale, e non uno qualunque, a volerlo nel bicchiere: i documenti storici raccontano che Richelieu desiderava avere sulla sua tavola il vino di queste valli. Secoli dopo, le uve di avarengo, avanà, becuet e chatus continuano a crescere sulle stesse terrazze delle Valli Chisone e Germanasca.

Oggi quella tradizione è custodita dal Consorzio Produttori Terre del Ramìe che, come racconta il suo presidente Danilo Breusa, <<riunisce tante famiglie che si sono trovate nella loro eredità un vigneto e hanno scelto di portarlo avanti>>. Recuperando terrazze e vecchie viti e curando insieme tanti piccoli appezzamenti il consorzio dà vita al vino rosso di queste valli e alla più piccola DOC d’Italia, il Pinerolese Ramìe.

Il vino Ramìe, tra le montagne delle Valli Chisone e Germanasca

Il Consorzio è nato nel 2010 dall’iniziativa di alcuni viticoltori di Perosa Argentina e Pomaretto. Riunisce i piccoli contadini che ancora coltivano le terrazze, a quote tra i 600 e i 900 metri, lungo pendii estremamente ripidi.

Il loro obiettivo è valorizzare il Ramìe, espressione autentica di un territorio unico, con una passione e una dedizione tramandate di generazione in generazione. Qui la viticoltura è ancora tutta manuale: i macchinari non riescono a lavorare sui pendii terrazzati. Tutto passa dalle mani di chi coltiva: potatura, cura, vendemmia.


Un’eredità che diventa passione

Andrea Biamino, uno degli aderenti al Consorzio, racconta <<Io ho ereditato il vigneto da mio suocero ed è una passione che cresce a mano a mano che si va avanti. Facciamo una produzione ancora tutta manuale perché la pendenza dei nostri vigneti è molto elevata e non si riesce a utilizzare nessun macchinario. Si può dire che ogni piantina la conosciamo quasi anche per nome>>.

Oggi gli aderenti al Consorzio sono sette: ognuno porta la propria parte di uva che viene acquistata, trasformata in un’unica produzione e commercializzata a nome di tutti.

Consorzio Terre del Ramìe: un marchio del territorio

Lo scopo va oltre la bottiglia: mantenere vivo un paesaggio. Un terreno coltivato è un terreno curato e così le valli conservano il loro volto. <<All’inizio l’idea era di diffondere il marchio “Consorzio Terre del Ramìe” ovunque lo chiedessero. – ha raccontato Breusa – Oggi il messaggio è un altro, è un invito a mettersi in viaggio e a vedere con i propri occhi i luoghi da cui il prodotto finale arriva.


Numeri piccoli, valore grande e prospettive per il futuro

Terre del Ramìe non è una produzione industriale, e non vuole diventarlo. Le bottiglie si contano in migliaia e il numero cambia con l’annata.
<<Nel 2024 la qualità delle uve era troppo bassa per fare il Ramìe, e il consorzio ha scelto di non produrlo, limitandosi al Mousant Rosé che nasce dalle stesse uve. – ha aggiunto Breusa – Mentre quest’anno il Ramìe si farà, perché l’annata è stata positiva. Prevediamo 1.200-1.300 bottiglie del rosso Ramìe, circa 200 bottiglie di Mousant Blanc e 700-800 bottiglie di Mousant Rosè>>.

…e domani?

Le prospettive sono chiare: continuare a promuovere il territorio, sostenendo chi lo coltiva e favorendo il circolo virtuoso sui cui poggia il Consorzio. Il Ramìe non è un vino da cercare sugli scaffali di tutto il mondo: è un vino da assaggiare direttamente tra le terrazze di Perosa Argentina e Pomaretto, ad esempio presso il suggestivo Ciabòt & Ramìe glamping, circondati dai vigneti da cui nasce questo vino ricco di profumi.

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